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L'abito abbandonato

Da " Il libro dell'inquietudine " di Pessoa, la morte ed il sonno.

" Mi sento a volte preso, non so perché, da un preavviso di morte… un malessere indefinito, che non si materializza in dolore e per questo tende a spiritualizzarsi in un fine, cioè, una stanchezza che richiede un sonno così profondo che il dormire non gli basta – certo è che sento come se, sfinito per la malattia, alla fine aprissi privo di forze e di rimpianti le deboli mani sulla coltre rimboccata.
Rifletto, allora, su questa cosa che chiamiamo morte. Non voglio dire il mistero della morte, che non riesco a penetrare, ma la sensazione fisica di cessare di vivere. L’umanità ha paura della morte, ma in modo indefinito; l’uomo normale si batte bene nella prova, l’uomo normale, malato o vecchio, raramente guarda con orrore l’abisso del nulla che egli attribuisce a questo stesso abisso. Tutto ciò è mancanza di immaginazione. Non c’è niente di più errato del ritenere la morte simile al sonno. Perché dovrebbe esserlo se la morte non assomiglia al sonno? L’essenza del sonno è il destarsi da esso, ma dalla morte – suppongo – non ci si desta. E se la morte somiglia al sonno, dovremo avere la nozione che ci si desti da essa. Tuttavia, non è questo ciò che l’uomo normale si figura: si figura per sé la morte come un sonno dal quale non ci si risveglia, il che non vuole dire niente. La morte, l’ho detto, non somiglia al sonno, poiché nel sonno si è vivi e dormienti; non so come si possa ritenere la morte simile a qualche cosa, se non si ha esperienza di essa, o non si ha una cosa cui raffrontarla.
A me, quando vedo un morto, la morte sembra una partenza. Il cadavere mi dà l’impressione di un abito abbandonato. Qualcuno se ne è andato e non ha avuto bisogno di portare con sé quell’unico abito che indossava. "

La lotta con la morte

Dal " Diario intimo " di Miguel de Unamuno alcune impressionanti considerazioni sulla morte.

Quaderno II
Della morte

Tristezza di svegliarmi di notte e trovarmi con una mano addormentata. Mi affretto a muoverla e a toccarla, preoccupato di averla morta e secca e che la morte giunga attraverso di essa.
Terrore della notte in cui mi svegliai di soprassalto con le palpitazioni.
Follia che tempo fa mi veniva in mente, l'immortalità per intensità.
Alcuni vivono in un tempo determinato più di altri; costui vive in quattro anni più di quello in venti, vita più varia e in questo modo si può arrivare a vivere un'eternità in intensità in un tempo limitato, poiché ogni estensione è infinita, in quanto contiene infinite parti.
Sì, però, seguendo la metafora, è infinita nel nulla, contiene infiniti zeri. Vanità di vanità. Non in questo cambiamento e varietà, bensì nell'immobilità della fede e della grazia, sta I'eternità della vita.
E lo svegliarsi di notte e dirsi: Sarò vivo? Sarò morto e la mia esistenza continuerà d'ora in poi nello stare eternamente come ora, qui, in questo modo, così giacente, solo con me stesso e con i miei pensieri, per sempre, sempre,sempre? A che serve in più l'inferno? Se si prende infatti un uomo in un qualunque momento della sua vita, quello che egli crede il più felice, e gli si fa credere che quel momento sarà reso permanente ed eterno, man mano che esso si arresta, vedrà in esso l'inferno.
Gran conforto sarà a volte trattenere il tempo e rendere fisso un momento passeggero del flusso del tempo. Però, se questo conforto si prolungasse per sempre, giungerebbe ad essere il nostro maggiore tormento.