Visualizzazione post con etichetta Pittura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pittura. Mostra tutti i post

Da Van Gogh ad Heidegger


Heidegger, L'essere e l'opera d'arte (da L'origine dell'opera d'arte)

Consideriamo, a titolo di esempio, un mezzo assai comune: un paio di scarpe da contadino. Per descriverle non occorre affatto averne un paio sotto gli occhi. Tutti sanno cosa sono. Ma poiché si tratta di una descrizione immediata, può esser utile facilitare la visione sensibile. A tal fine può bastare una rappresentazione figurativa. Scegliamo, ad esempio, un quadro di Van Gogh, che ha ripetutamente dipinto questo mezzo. Che c'è in esso da vedere? Ognuno sa come son fatte le scarpe. Se non si tratta di calzature di legno o di corda, hanno la suola di cuoio e la tomaia unita alla suola con cuciture e chiodi. Questo mezzo serve da calzatura. Col variare dell'uso — lavoro nei campi o danza — variano la forma e la materia. Queste considerazioni abbastanza banali non fanno che chiarire ciò che già sappiamo. L'esser-mezzo del mezzo consiste nella sua usabilità. Ma che ne è di quest'ultima? Con essa afferriamo anche l'esser-mezzo del mezzo? A tal fine non dovremo considerare il mezzo usato nell'atto del suo impiego? La contadina calza le scarpe nel campo. Solo qui esse sono ciò che sono. Ed esse sono tanto più ciò che sono quanto meno la contadina, lavorando, pensa alle scarpe o le vede o le sente. Essa è in piedi e cammina in esse. Ecco come le scarpe servono realmente. È nel corso di questo uso concreto del mezzo che è effettivamente possibile incontrarne il carattere di mezzo. Fin che noi ci limitiamo a rappresentarci un paio di scarpe in generale o osserviamo in un quadro le scarpe vuotamente presenti nel loro non-impiego, non saremo mai in grado di cogliere ciò che, in verità, è l'esser-mezzo del mezzo. Nel quadro di Van Gogh non potremmo mai stabilire dove si trovino quelle scarpe. Intorno a quel paio di scarpe da contadino non c'è nulla di cui potrebbero far parte, c'è solo uno spazio indeterminato. Grumi di terra dei solchi o dei viottoli non vi sono appiccati, denunciandone almeno l'impiego. Un paio di scarpe da contadino e null'altro. Ma tuttavia...

Il Cristo di Dalì


Cristo di San Giovanni della Croce (1951)

A voi vengono le parole ? Una vertigine nella profondità dello spazio. Quella prospettiva, quel punto di vista unico, non potrete non ricordarlo, in seguito. Quella luce alla Caravaggio, quella plasticità... non ci sono chiodi... il corpo è miracolosamente appeso alla croce, folgorato da una luce divina.
Sulla terra una barca di pescatori, forse S. Pietro, e quelle nuvole, come un'aurora boreale attraverso la quale filtra la luce proveniente dall'alto. Dovete immaginare il tutto con questa musica... e le Sue ultime parole che rieccheggiano nello spazio nero :
" Signore perdonali perchè non sanno quello che fanno "




Crocifissione, corpo ipercubico (1954)

Un Cristo sospeso, sembra che la croce, formata da otto cubi, faccia fatica a trattenerlo. La tridimensionalità di tutta l'opera... la distanza fra le braccia e la loro ombra proiettata sulla croce. Le mani stringono dei chiodi di legno, con le dita aggrovigliate, unico segno di un dolore, di una sofferenza, assieme alla testa piegata di lato.
Gala ed il suo magnifico mantello, come Maddalena, assorta in contemplazione. La sua figura è saldamente appoggiata al pavimento e le pieghe del vestito, ed il suo peso sulla spalla, testimoniano la presenza della forza di gravità. E' come un'ancora che trattiene con un filo invisibile la gigantesca mongolfiera. Ci si aspetta che da un momento all'altro la croce salga... a dispetto di tutte le leggi della fisica.


Ascensione di Cristo (1958)

Anche qui quelle mani... si evidenzia ogni muscolo, ogni piega della pelle, ogni tendine delle dita. La tridimensionalità questa volta si esprime soprattutto in senso verticale, e anche qui si percepisce il movimento nello spazio: un'ascensore che porta in paradiso. Come nel primo dei tre quadri, lo spettatore è colto da un senso di vertigine, nel gioco delle prospettive contrapposte.  Il Cristo va verso un globo di luce gialla, quasi un alveare ricolmo di miele, verso la colomba che incarna lo Spirito Santo, versa Gala che piange.
I piedi fluttuano liberi, non c'è l'impronta del peso del corpo.

Ettore e Andromaca

Ettore e Andromaca 1924 (De Chirico)

"Sventurato, il tuo ardore sarà la tua rovina, e tu non hai pietà
di tuo figlio che ancora non parla e di me digraziata,
che vedova presto sarò di te: t'uccideranno presto gli Achei
tutti insieme saltandoti addosso; sarebbe meglio per me
scendere sotto terra, se restassi senza di te; perchè non avrò
alcun altro conforto, quando tu abbia seguito il tuo destino,
ma solo dolori: io non ho nè padre nè madre."

"Ma morto piuttosto mi copra la terra gettatami sopra,
prima ch'io senta il tuo urlo, oppure ti sappia rapita!"
Detto così, Ettore splendido tese le braccia a suo figlio:
ma si voltò indietro il bambino piangendo sul petto alla balia
dalla bella cintura, spaventato alla vista del padre,
perchè ebbe timore del bronzo e del cimiero crinito,
come lo vide oscillare pauroso giù dalla cresta dell'elmo.
Risero allora di cuore suo padre e la nobile madre;
subito l'elmo si tolse dal capo Ettore splendido,
e lo depose per terra tutto scintillante;
quando poi ebbe baciato e palleggiato in braccio suo figlio,
disse rivolto in preghiera...

Detto così, rimise in braccio alla moglie
suo figlio; quella lo prese sul petto odoroso
insieme ridendo e piangendo; ne ebbe pietà il marito a vederla,
la sfiorò con la mano, articolò la voce e disse:
"Mia cara, non affliggerti troppo in cuor tuo;...

Detto così, Ettore splendido riprese il suo elmo
a coda di cavallo; se ne andò a casa la sposa
voltandosi spesso all'indietro, piangendo lacrime amare.

Ettore e Andromaca (Iliade VI, vv. 407... 496)

Nel quadro di De Chirico si coglie, oltre all'amore, il mesto presagio della fine vicina, è un tenero addio. Omero... "quella lo prese sul petto odoroso insieme ridendo e piangendo"... ha bisogno di commenti ?