Visualizzazione post con etichetta Nietzsche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nietzsche. Mostra tutti i post

Dissacrare

Su Facebook vanno molto di moda le citazioni dotte. Pensieri, aforismi, motti di spirito di persone famose, filosofi, scienziati, poeti. Come non essere d'accordo con la stragrande maggioranza di queste perle di saggezza ? Eccone una :

"Ciò che non mi distrugge
mi rende più forte ".

Nietzsche, uno dei miei preferiti. Catarsi, toccare il fondo per poi risalire. Mi viene in mente un detto popolare: che la febbre fa aumentare la statura, ma poi ecco, per misteriose vie, giunge all'orecchio interno la frase gemella, perfetta nella sua compiutezza, solo un po' più rustica...

"Chel che no strossa ingrassa".

E' un proverbio veneto : quello che non strozza ingrassa.
Il senso è lo stesso, reso in maniera ancora più efficace, nella sua drammaticità, dal contrapporsi di un pericolo mortale, che strozza, ed il suo opposto... che fa ingrassare.
Scommetto che fra qualche anno, delle due, vi rimarrà in mente il proverbio, mentre avrete dei dubbi sui verbi ed aggettivi usati dal grande filosofo tedesco.
E rimanendo in tema di associazioni di idee dissacranti, vi racconto un episodio. Molti di voi riconoscono immediatamente il sommo poeta, in queste parole immortali :

" Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona ".

Un giorno ero al bar dello stadio, a Cortina. C'era un torneo di curling, ed eravamo in attesa dell'inizio delle partite. Gli sbuffi di vapore della macchina da caffè, l'odore delle brioche,  il vocio disordinato. Ad un certo punto Mayer, un simpaticissimo ebreo veneziano, basso, sulla quarantina, occhialetti e baffi neri, quasi calvo, alza le braccia, e con voce stentorea inizia a declamare :

" Amor, ch'a nullo amato amar perdona "... e lascia una breve pausa, per concentrare ancora di più l'attenzione su di lui... " Stanotte a mezzanotte me casso in mona ! ". Risata generale... da allora non posso più sentire l'inizio della famosa terzina, senza che mi venga in mente, automaticamente, la "chiusura" in stretto dialetto veneziano.

Infiniti

LINK Qui potete leggere, per intero, il racconto di Borges : " La Biblioteca di Babele " . Non è lungo, ma in compenso è incredibile, angosciante, inestricabile.
Lascia una strana impressione, questa biblioteca, come un senso di nausea : tutto è stato GIA' scritto, la verità e l'inutilità assoluta, la scienza ed il caso.
Il lettore cerca di immaginarsi, invano, l'estensione tridimensionale di questa biblioteca, aggirandosi claustrofobicamente per corridoi senza fine. Come un topo kafkiano , vaga in questo labirinto di scaffali, di ringhiere, di polvere, di pazzia.
Stanze esagonali, cinque vasti scaffali, pieni di libri, per ciascuno dei cinque lati, per un totale di 25 scaffali; il sesto lato è un corridoio che collega la stanza ad altre, identiche.
Il numero di pagine di ciascun libro è fisso, 410, e così le righe, 40, il numero di caratteri per riga, 40, ed il numero di simboli ortografici impiegati , 25 , costituiti da 22 lettere, il punto, la virgola e lo spazio.
Questi libri sono stati scritti (da chi ? ) a caso, forse dalla scimmia instancabile capace di ri-scrivere le opere intere di William Shakespeare...
Sebbene queste " limitazioni " rendano il numero di libri " scrivibili " in teoria, finito, la vertigine che si prova, leggendo il racconto di Borges, è proprio il contatto diretto, materiale, palpabile, con l'infinito.
Infinito forse perchè, come dice Borges, riprendendo il concetto dell'eterno ritorno nietzschiano :

« Io m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine. »


E' come sporgersi da quelle basse ringhiere e fissare con orrore il vuoto, come guardarsi ad uno specchio avendo dietro un altro specchio.

«Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro.» (Nietsche)

Ogni volta che l'intelletto umano si accosta, speculativamente, al concetto di infinito, la mente vacilla, la ragione si rifiuta di proseguire oltre.
Cantor, numeri transfiniti, cardinalità, ipotesi del continuo, infinito assoluto...

"[...] e'l naufragar m'è dolce, in questo mare "

Nani e giganti

Alla domanda se Nietzsche possa essere considerato un precursore della psicanalisi, Freud rispose:
«Per molto tempo ho evitato di leggere Nietzsche, altro filosofo i cui presentimenti e le cui intuizioni coincidono frequentemente, in modo sorprendente, con i laboriosi risultati della psicanalisi. E ciò perché, più che interessarmi la priorità, mi importava mantenermi libero da ogni influenza».

Prendo spunto dalla dichiarazione di Freud per una riflessione : a volte può essere utile analizzare un problema senza aver letto, studiato, senza essersi esurientemente documentati su cosa altri abbiano " scoperto " prima, in proposito.
Seguire un " filone " di pensiero, una tradizione, ed essere ad ogni istante al passo con la conoscenza attuale, permette di affermare, con Bernardo di Chartres (un filosofo francese del XII secolo), che:
" Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti."

E' senz'altro vero, in tutti i campi del sapere, ma alle volte ciò può " tarpare le ali " a spiriti eccelsi, a menti sopraffine come quella dello scopritore della psicanalisi. Uomini di tale tempra è meglio che lavorino da soli, che lascino fluire il loro intelletto a piacere, mossi da quella curiosità immediata, non incanalata verso una determinata possibilità, che è il principale carattere distintivo del genio.
E generalizzando il discorso, troppo spesso il " ricercatore ", nel senso più ampio del termine, si affida allo "stato dell'arte", ai dogmi impliciti di teorie che al momento vanno per la maggiore, senza cercare di contare solo sulle proprie forze, di vedere con i propri occhi.
E non è colpa sua... viviamo in una società che ha fatto dello scambio delle informazioni, il credo indiscusso. Internet, in primis, permette a chiunque di accedere con un semplice clic, ad una mole spaventosa di dati su qualsiasi argomento, scientifico o meno.
In un attimo siamo bombardati da centinaia e centinaia di abstracts, di conferenze, di simposi. Senza accorgercene veniamo continuamente " plasmati " da questa gigantesca fiumana di dati, fatti, notizie, esperimenti, osservazioni, interviste, approfondimenti.
Forse deriva anche da queste considerazioni, la mia impressione che la scienza, in tutti i campi, stia rallentando.
Sebbene, come noto, la scienza proceda a " salti ", alle volte ovviamente veri e propri balzi epocali, e non si possano darle delle scadenze, per esempio la scoperta della cura del cancro, al giorno d'oggi ci si " accontenta " di piccoli progressi, di minuscoli passi avanti, in attesa che qualche genio laceri con un lampo il velo nebbioso del mistero.
Ritornando alla frase di Freud, bisognerebbe sforzarsi di tenere la mente sgombra, lucida, pulita. Una " aggressiva " tabula rasa, pronta a cogliere, con meraviglia, qualsiasi piccola, apparente contraddizione della vita.

Nietzsche e Heisenberg

Nietzsche sostiene che i fatti in sé sono stupidi : occorre l’interpretazione.
La famosa espressione: “ non esistono fatti, ma solo interpretazioni “ deve essere intesa in questo senso: ogni fatto che ci viene tramandato, o semplicemente raccontato, non è mai il fatto in sè, ma è sempre un’interpretazione da parte di chi ce lo racconta.
L'interazione tra realtà ed interpretazione, un " pallino " classico della filosofia, mi fa venire in mente il " Principio di Indeterminazione " di Heisenberg.
Il principio di Heisenberg collega coppie di grandezze fisiche come la posizione e la quantità di moto (x e p) oppure il tempo e l'energia (t e E). Se in un dato istante di tempo si misura con estrema precisione una delle tre coordinate di un oggetto (cioè se l'errore sulla misura di quella coordinata è molto piccolo) allora sarà impossibile misurare nello stesso istante, in modo preciso, la componente corrispondente della quantità di moto p dell'oggetto.
In parole povere, " con più precisione conoscete la velocita', più aumenta l'incertezza sulla posizione o viceversa ". " Mutatis mutandis ", è impossibile conoscere la realtà, perchè la " misurazione " stessa di questa, la altera !
Volete sapere in questo preciso istante dov'è l'elettrone che ruota vorticosamente attorno al nucleo ? Per saperlo inviate un raggio di luce... ma il fotone, interagendo fatalmente con l'elettrone, ne altera la posizione, rendendo quindi impossibile determinarne l'esatta ubicazione.
Dovete accontentarvi di " probabilità ", di zone di densità entro cui l'elettrone può situarsi, anche se Einstein non è mai stato d'accordo: per lui l'elettrone doveva situarsi in un punto preciso ed univoco nello spazio e nel tempo.
Per quello che può valere la mia opinione, in questo consesso di giganti, la mia impostazione deterministica mi fa odiare la meccanica quantistica... anche se alla base c'è un ovvio deficit di comprensione della materia !

Parmenide

Bisognerebbe riascoltarlo più volte, e rileggerlo. Non perchè non sia chiaro, ma perchè è infinitamente profondo.

" L'essere è e non è possibile che non sia "

"Lo stesso infatti è pensare e essere "

"L'essere come potrebbe esistere in futuro,
come potrebbe essere nato.
Se fosse divenuto non sarebbe,
nè sarebbe se stesse per essere.
Così si estingue la nascita
e la morte scompare.
Ma immobile,
costretto nei limiti di vincoli immensi,
è senza principio nè fine,
poichè nascita e morte furono respinte lontano,
le allontanò la vera certezza "

2500 anni fa... versi di una bellezza e potenza inaudita, che riachiamano il Leopardi , " L'essere o non essere " Shakespiriano.

Emanuele Severino, il grande filosofo italiano a cui si deve la "riscoperta", se vogliamo, del grande eleate.

Da " La filosofia nell'età tragica dei Greci " di Nietzsche.

S’immerse allora nel gelido bagno delle sue tremende astrazioni. Ciò che è verace deve essere eternarnente presente, di esso non può dirsi "fu", "sarà". L'essente non può essere divenuto: poiché da che cosa avrebbe potuto divenire ? Dal non-essente ? Ma questo non è e nulla può generare. Dall’essente ? Ma questo non potrebbe generare nient’altro che sè stesso. Egualmente si dica per il perire; esso è altrettanto impossibile come il divenire, come ogni trasformazione, come ogni accrescimento, ogni diminuzione. Validità generale ha la proposizione: tutto ciò di cui può dirsi "è stato" oppure "sarà" non è, ma dell’essente non può mai dirsi "non é". L’essente è indivisiblle, giacché dov’è la seconda potenza che lo potrebbe dividere ? E' immobile, verso dove infatti dovrebbe muoversi ? Non può essere né infinitamente grande né infinitamente piccolo poichè è compiuto e una infinità compiutamente data é una contraddizione. Così esso se ne sta sospeso, delimitato, compiuto, immobile, equilibrato in tutte le sue parti, egualmente perfetto in ogni punto come una sfera, ma non in uno spazio: altrimenti questo spazio sarebbe un secondo essente. Ma molteplici essenti non possono esistere, poiché per separarli dovrebbe esserci qualcosa che sarebbe non-essente: una supposizione che si elimina da sé. Così esiste soltanto l’eterna unita.

Difficile esprimere meglio che con le parole di Nietzsche, il fascino della tautologia parmenidea : A = A e non può essere che A... Parmenide aprì per primo il vaso di Pandora dell'ontologia.
Volendo " tentare " di fondere le due istanza da sempre al centro del problema ontologico : l'essere ed il divenire, parto da Epicuro.
Egli negava qualsiasi punto di contatto fra noi (la vita) e la morte: " La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti... ".
Parmenide va molto più in là, nega addirittura l'esistenza della morte, del divenire, del " non-è ". Tutto è, sempre, eternamente, in quanto non può non essere... La sua visione sembra una foto sovraesposta, un'immagine bianca, senza contorni, ed ovviamente senza ombre.
Come conciliare quindi, l'assoluto, il tutto, con il divenire, il caduco, l'imperfetto che quotidianamente ci scorre davanti , il πάντα ῥεῖ ?
Riprendendo la legge di conservazione della massa : " Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma " (Lavoiser).
L'universo è sempre quello, non un atomo di materia viene aggiunto o tolto. Anche se usate un reattore nucleare o fate deflagrare una bomba atomica, la materia si trasforma in energia, secondo la nota formula di Einstein, ma non viene distrutta.
Materia che si trasforma in energia e viceversa, tutto scorre ! L'elettrone che quantisticamente è indeciso se essere materia o onda...
La somma di massa ed energia dell'universo è costante : " l'essere è " . Se la somma è (necessariamente) costante, vuole anche dire che è sempre stato così, e, di conseguenza, sempre sarà . L'universo è questo, e non potrà mai essere diverso da com'è.

Scienza e Filosofia

Da "La filosofia nell'età tragica dei Greci" di Nietzsche.

"E’ degno di nota il modo tirannico con cui una tale fede tratta ogni empiria: proprio in Talete è possibile apprendere quale è stato in ogni tempo il modo di procedere della filosofia, quando ha voluto valicare i cancelli dell’esperienza per tendere alla sua mèta magicamente affascinante. Su lievi sostegni spicca un balzo in avanti: la speranza e la divinazione le mettono ali ai piedi. Pesantemente le si affanna dietro l’intelletto calcolatore e cerca puntelli migliori per attingere anch’esso quell’allettante mèta a cui la più divina compagna e già pervenuta. Sembra di vedere due viandanti sulla riva di un rapinoso ruscello silvestre che rotola ciottoli nella sua corsa: il primo lo oltrepassa d’un salto con agile piede, servendosi delle pietre e lanciandosi sempre innanzi su di esse, anche se queste immediatamente affondano dietro di lui. Il secondo si arresta ad ogni momento, privo di soccorso, deve prima costruirsi fondamenta che sopportino il suo greve, guardingo passo; talvolta non c’e nulla da fare e allora non v’e un dio che l’aiuti a guadare il ruscello. Che cosa dunque porta cosi rapidamente alla sua mèta il pensiero filosofico? Si diversifica esso dal pensiero che calcola e misura, forse soltanto per il suo più rapido volo nel valicare grandi spazi? No, giacché è un’ignota e non logica potenza, la fantasia, a sollevare il suo piede. Da essa innalzato balza avanti di possibilità in possibilità, che provvisoriamente vengono assunte come certezze: qua e là coglie anche certezze a volo. Un geniale presentimento gliele addita, esso indovina da lontano che in quel punto ci sono certezze dimostrabili. Ma in particolar modo possente é la forza della fantasia nel fulmineo afferrare e illuminare le analogie; in seguito la riflessione fa avanzare i suoi canoni e i suoi modelli e cerca di sostituire con le eguaglianze le analogie, con le causalità le contiguità osservate. Ma anche se ciò non dovesse mai essere possibile, persino nel caso di Talete il filosofare indimostrabile ha ancora un valore; per quanto tutti i sostegni siano infranti, allorché la logica e l'inflessibilita dell’empiria vuole travalicare fino alla proposizione: purtuttavia sopravanza un residuo alla disgregazione della costruzione scientifica; e appunto in questo residuo sta una forza impulsiva e, per cosi dire, la speranza di una fecondità futura".

Il paragone fra la leggera Filosofia che salta agile sui ciottoli ed il pesante Intelletto (Scienza o Esperienza), che procede lentamente, timoroso, rimane vividamente impresso.
Filosofia come intuizione, come balzo metafisico che coglie la realtà (tutta), senza bisogno dell'esperienza, della dimostrazione (pedante) scientifica.
Del resto anche alla base della scienza, e del suo fecondo procedere induttivamente, c'è sempre un salto apparentemente " illogico " . Scopriamo solo ciò che siamo già ponti a percepire, quasi un "rimembrare" platonico, o quantomeno, con Popper, costruiamo fragili ipotesi, come zattere dinanzi all'oceano della verità. Molte volte il caso aiuta a dipanare il caos...

Celebre, per esempio, l'episodio che portò alla scoperta della penicillina. Mentre stava svolgendo ricerche sul presunto agente patogeno dell'influenza, Fleming si assentò dal suo laboratorio per un breve periodo di vacanza di circa tre giorni, dimenticando di distruggere alcune colture di Staphilococcus aureus.
Al suo ritorno, riprese in mano le colture che aveva preparato prima di partire e che avrebbe dovuto gettare via tre giorni prima e, con un " That's funny..." ("è buffo..."), espresse al collega Pryce tutta la propria meraviglia nel constatare che in una piastra di Petri c'era un alone chiaro inusuale: in quella zona, colonie di Penicillum Notatum (una muffa) avevano prodotto un fluido battericida (la penicillina) che distruggeva le colonie di Staphilococcus aureus !



Da notare l'espressione "meravigliata" di Fleming; e a proposito della meraviglia, Aristotele :

" Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia ".

Anassagora ed il primum movens

Da "La filosofia nell'età tragica dei Greci" di Nietzsche. Parlando di Anassagora, ad un certo punto Nietzsche fa qualche considerazione sull'origine del moto...

Tra tutti i problemi che riguardano il moto, nessuno è più molesto di quello relativo all’inizio del movimento. Se infatti è possibile pensare tutti i restanti movimenti come conseguenze ed effetti, dovrebbe pur sempre essere data una spiegazione del primo e originario; in ogni caso, però, per i movimenti meccanici, il primo anello della catena non può consistere in un movimento meccanico, giacché sarebbe lo stesso che ricorrere al concetto contraddittorio di causa sui. D’altro canto non ha neppure senso ascrivere alle cose eterne e incondizionate un loro proprio movimento, per così dire dall’origine, quale appannaggio della loro esistenza. Il movimento, infatti, non può essere rappresentato senza una direzione verso un qualche luogo e su un qualche luogo, dunque soltanto come riferimento e condizione; una cosa, però, non è più in sè stessa essente e incondizionata, se necessariamente si riconnette, secondo la sua natura, a qualcosa di esistente fuori di essa.

Nietzsche sembra apprezzare molto la concezione di Anassagora del cosmo (come ordine) che si origina dal caos primordiale, ad opera del nus. E' un'ammirazione soprattutto estetica: il fanciullo che gioca a dadi con l'universo, in contrapposizione, per esempio, alla fredda e morta sfera, pur perfettamente logica, dell'universo di Parmenide.
E nel movimento ordinatore che separa le sostanze (gli atomi ante litteram di Democrito), come non coglierne l'attualità, pensando alle galassie, col loro lento ruotare su sè stesse, in una gigantesca spirale.
La "critica" di Nietzsche riguardo all'origine del movimento è serrata, Anassagora dovette infatti ricorrere ad un nus "autocinetico", per poter giustificare il successivo, meraviglioso gioco del biliardo cosmico. Tutto deriva da successivi urti fra le biglie, ma il problema è appunto, chi o cosa ha fatto muovere la prima biglia...

Prosegue poi Nietzsche :
Anche ammesso a questo punto che si possa ritenere corretta la deduzione di quel magma originario, sembrano innanzitutto opporsi al grande progetto di costruzione cosmica alcune considerazioni derivate dalla meccanica. Infatti anche se lo spirito suscita in un certo luogo un moto circolare, é ancora molto difficile rappresentarsi la prosecuzione di quel movimento, particolarmente per il fatto che essa deve essere infinita e deve gradualmente imprimere una rotazione a tutte le masse esistenti. Di primo acchito saremmo indotti a presumere che la pressione di tutta la restante materia dovrebbe schiacciare questo piccolo movimento circolare al suo primo sorgere; il fatto che ciò non si verifichi presuppone, da parte del nus motore, che esso prenda inizio all’improvviso con terribile forza, così rapidamente, in ogni caso, da doversi chiamare, quel movimento, un vortice: un vortice non diverso da come se l'immaginava altresì Democrito. E poiché questo vortice deve essere infinitamente forte per non venire intralciato dall’intero mondo dell’infinito che gli grava sopra, esso sarà infinitamente veloce, potendosi manifestare originariamente la forza solo nella velocità. Quanto più ampi invece sono gli anelli concentrici, tanto più lento sarà questo movimento; se il movimento potesse una volta attingere il termine del mondo infinitamente esteso, dovrebbe già avere una velocità di rotazione infinitamente piccola. Se ci immaginiamo, all’opposto, il movimento infinitamente grande, cioè infinitamente veloce, vale a dire al suo primissimo inizio, anche il cerchio iniziale dovrà essere stato infinitamente piccolo; abbiamo dunque come principio un punto che ruota su se stesso, con un contenuto materiale infinitamente piccolo. Ma esso non spiegherebbe il moto ulteriore: potremmo persino rappresentarci tutti quanti i punti della massa originaria vorticanti su se stessi e tuttavia l’intera massa resterebbe inerte e indivisa. Nel caso invece che quel punto materiale di infinita piccolezza afferrato e messo in vibrazione dal nus non sia stato fatto ruotare su sè stesso, ma avesse descritto una circonferenza più grande quanto si vuole, già questo sarebbe bastato ad urtare, a rimuovere, a sfrombolare, a far rimbalzare altri punti materiali e a suscitare così gradualmente un movimento tumultuoso e dilagante, in cui, come risultato prossimo, avrebbe dovuto verificarsi codesta separazione delle masse aeree da quelle eteriche. Come è un atto arbitrario del nus l’inizio dello stesso movimento, così lo è anche il modo di questo inizio, in quanto il primo movimento descrive un cerchio il cui raggio è scelto, a piacere, più grande di un punto.

Nella prima parte, le considerazioni riguardo la necessaria forza tremenda del primo impulso, anticipano e richiamano prepotentemente la teoria del Big Bang ! Interessante è anche la considerazione sulla periferia della spirale che procede a velocità minima, quasi immobile, mentre il centro deve aver ruotato su sè stesso a velocità infinita, quasi una legge sulla conservazione della quantità del moto.
Nella seconda parte l'osservazione che l'iniziale movimento deve aver avuto un certo raggio per poter collidere con altri punti, trova analogie nella considerazione che secondo la teoria del Big Bang, nel primissimo istante venne "creato" lo spazio ed il tempo.

Anassimandro

Anassimandro : Mileto, 610 a.C. circa – 546 a.C. circa. Discepolo e parente di Talete.

«Anassimandro....ha detto.... che principio degli esseri è l'infinito ...da dove infatti gli esseri hanno l'origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo. »

Uno dei frammenti più celebri ed enigmatici dell'antichità !
Il frammento di Anassimandro è il più antico testo filosofico giunto fino a noi. Ci è stato tramandato da Simplicio, che lo cita in un commentario alla Fisica di Aristotele all'incirca del 530 d.C. Il frammento, che Simplicio aveva a sua volta ripreso da Teofrasto, seguace di Aristotele, poté così venir tramandato fino a noi. Dal tempo in cui Anassimandro pronunciò il suo detto, fino al momento in cui Simplicio lo inserì nel suo commentario, trascorse più di un millennio. Altri mille e cinquecento anni dividono Simplicio dai nostri tempi: il frammento di Anassimandro è la parola più antica del pensiero occidentale.

Con Anassimandro il discorso si fa complesso, abbraccia tematiche vastissime ed oltremodo attuali. Analizzato a fondo ed apprezzato da Nietzsche e Heidegger.
" Precursore " , se vogliamo , di problematiche che varranno riprese, in due filoni contrapposti, da Parmenide ed Eraclito : l'essere ed il divenire.
Il famoso frammento (citato sopra), si presta a diverse traduzioni, piccoli particolari che possono fare un'enorme differenza, ed a diverse interpretazioni.
Vado a ruota libera... ἄπειρον = infinito, nel senso di senza perimetro, senza limiti, e nello stesso tempo indefinito, senza forma, senza alcuna proprietà, definizione.
Il caos primordiale, da dove gli esseri nascono e dove periscono, in un " eterno ritorno dell'uguale ". Secondo necessità, un imperativo immanente, un fato ineludibile.
Pare quasi di vedere una galassia, col lento movimento rotatorio, e dalla sua spirale si generano le stelle, i pianeti.

Ancora Simplicio riporta: «principio ed elemento degli esseri è l'infinito, avendo egli per primo introdotto questo nome di principio (arché). E dice che il principio non è né l'acqua né un altro dei cosiddetti elementi, ma un'altra natura infinita, dalla quale provengono tutti i cieli e i mondi che in essi esistono [...] e l'ha espresso con parole alquanto poetiche. È chiaro che avendo osservato il reciproco mutamento dei quattro elementi [acqua, aria, terra, fuoco], ritenne giusto di non porne nessuno come principio, ma qualcosa d'altro. Secondo lui la nascita delle cose non avviene per alterazione del principio elementare, ma avviene per il distacco da quello dei contrari a causa dell'eterno movimento».

Aristotele ( Phys. 187 a 12 ) : "Gli altri fisici sostengono invece che dall'uno si separano i contrari in esso già contenuti, come dice Anassimandro e tutti quelli che pongono l'uno e i molti, come Empedocle e Anassagora, perchè anche questi ultimi fanno uscire dalla mescolanza tutte le cose".

Ecco qui una incredibile "anteprima" dell' "Origine delle Specie" di Darwin...
"Anassimandro di Mileto pensa che dall'acqua e dalla terra, sotto l'azione del calore, siano nati pesci o animali molto simili ai pesci, nel cui interno sarebbero cresciuti gli uomini, rimanendovi rinchiusi come dei feti fino all'epoca della pubertà; allora, rotto l'involucro, ne sarebbero usciti uomini e donne già capaci di nutrirsi". Censorino (4,7)

Ed ecco un'anteprima dell'assenza di gravità...
"la terra è sospesa e non è sostenuta da niente, ma rimane nella sua posizione perché è ad ugual distanza da tutte le parti. Quanto alla forma essa... è simile ad una colonna di pietra; noi ci tro-
viamo su una delle due facce e l’altra sta dalla parte opposta"
(Ippolito, R e f. I , 63)

Popper, meravigliato, commenta : «Questa concezione di Anassimandro è (...) una delle più audaci, rivoluzionarie e portentose idee di tutta la storia del pensiero umano. Essa rese possibili le teorie di Aristarco e di Copernico. Ma la via intrapresa da Anassimandro era ancora più difficile e audace di quella seguita da questi ultimi. Immaginare la terra posta liberamente nel mezzo dello spazio, e affermare “che essa sta ferma a causa della equidistanza o dell’equilibrio” (come riferisce Aristotile parafrasando Anassimandro), significa addirittura anticipare, in qualche misura, la concezione newtoniana di forze gravitazionali immateriali e invisibili»

Aristotele gli attribuisce il seguente ragionamento : "ogni cosa o è principio o deriva da un principio; ma dell'infinito non c'è principio, perchè questo sarebbe un suo limite".

Se l'infinito avesse un principio, avrebbe di conseguenza un limite, e non sarebbe più infinito. Quindi l'infinito è il principio.

Talete


Talete : Mileto, 640 a.C./624 a.C. – circa 547 a.C.
Genio poliedrico, uno dei sette sapienti dell'antica Grecia. Suoi numerosi " motti ", apoftegmi, tra cui il più famoso è ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ " conosci te stesso ", che sarà poi fatto proprio da Socrate.
Ma veniamo alla sua concezione filosofica, Aristotele (Metafisica 983 b) :
"La maggior parte di coloro che primi filosofarono pensarono che princípi di tutte le cose fossero solo quelli materiali. Infatti essi affermano che ciò di cui tutti gli esseri sono costituiti e ciò da cui derivano originariamente e in cui si risolvono da ultimo, è elemento ed è principio degli esseri, in quanto è una realtà che permane identica pur nel trasmutarsi delle sue affezioni. E, per questa ragione, essi credono che nulla si generi e che nulla si distrugga, dal momento che una tale realtà si conserva sempre. E come non diciamo che Socrate si genera in senso assoluto quando diviene bello o musico, né diciamo che perisce quando perde questi modi di essere, per il fatto che il sostrato – ossia Socrate stesso – continua ad esistere, cosí dobbiamo dire che non si corrompe, in senso assoluto, nessuna delle altre cose: infatti deve esserci qualche realtà naturale (o una sola o piú di una) dalla quale derivano tutte le altre cose, mentre essa continua ad esistere immutata. Tuttavia, questi filosofi non sono tutti d’accordo circa il numero e la specie di un tale principio. Talete, iniziatore di questo tipo di filosofia, dice che quel principio è l’acqua (per questo afferma anche che la Terra galleggia sull’acqua), desumendo indubbiamente questa sua convinzione dalla constatazione che il nutrimento di tutte le cose è umido, e che perfino il caldo si genera dall’umido e vive nell’umido. Ora, ciò da cui tutte le cose si generano è, appunto, il principio di tutto. Egli desunse dunque questa convinzione da questo fatto e dal fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l’acqua è il principio della natura delle cose umide".

Il merito è stato quello della ricerca di un principio (arché) , un minimo comun denominatore presente in tutte le cose. Una sorta di "radiazione di fondo" universale.
A differenza della religione o delle concezioni cosmogoniche, l'"acqua" di Talete non è animismo, sebbene dica che " tutto è pieno di dei ", e nonostante risenta ancora della " fisicità " dei primi filosofi, contiene in sè la scintilla che porterà all'atomo. Acqua come molecola, come H2O, non l'acqua in cui ci bagniamo, che beviamo.

" [...] è elemento ed è principio degli esseri, in quanto è una realtà che permane identica pur nel trasmutarsi delle sue affezioni."

La molecola di acqua, rimane identica (a sè stessa) anche quando " trasmuta ", sia che si trovi allo stato gassoso (vapor acqueo), che liquido, che solido (ghiaccio), e costituisce gli esseri (by the way, siamo fatti al 70% di acqua) e ne è, al tempo stesso, la " sorgente ".

" [...] nulla si generi e che nulla si distrugga, dal momento che una tale realtà si conserva sempre"

una semplice enunciazione del principio di conservazione della materia, 2200 anni prima di Lavoiser...
Talete è il primo che compie un salto gigantesco del pensiero: dall'osservazione delle cose, al principio generale, all'arché.
Concludo con l'analisi profonda che del pensiero di Talete fanno due giganti della filosofia come Hegel e Nietzsche. Scrive Hegel :

«l'affermazione di Talete essere l'acqua l'assoluto o, come dicevano gli antichi, il principio, segna l'inizio della filosofia, perché in essa si manifesta la coscienza che l'essenza, la verità, ciò che solo è in sé e per sé, è una sola cosa. Si manifesta il distacco dal dato della percezione sensibile; l'uomo si ritrae da ciò che è immediatamente e in seguito, con l'affermazione che quest'essere è l'acqua, è messa a tacere la sbrigliata fantasia omerica infinitamente variopinta, vengono superate queste molteplicità infinite di principi frammentari, tutto questo modo di rappresentarsi il mondo come se l'oggetto particolare sia una verità per sé stante, una potenza esistente per sé e indipendente al di sopra delle altre; e si ammette quindi che vi è un universale, ciò che è universalmente in sé e per sé, l'intuizione semplice e senza più elementi fantastici, il pensiero, che soltanto l'uno è».

Per Nietzsche:

«la filosofia greca sembra aver inizio con un'idea inconsistente, la proposizione che l'acqua è l'origine e il grembo materno di tutte le cose. E' davvero necessario soffermarci su questo punto e prendere un serio atteggiamento ? Sì, e per tre motivi : primo, perchè la frase asserisce qualcosa sull'origine delle cose; secondo perchè lo fa in guisa immaginosa e senza favoleggiamenti; terzo, perchè in essa, benché unicamente allo stato larvale, è racchiuso il pensiero: tutto è uno. Il motivo indicato per primo lascia Talete ancora in compagnia dei religiosi e dei superstiziosi; il secondo lo snida da questa compagnia e ci mostra in lui il naturalista, il terzo motivo fa però di Talete il primo filosofo greco. Se avesse detto: dall'acqua viene la terra, avremmo soltanto un'ipotesi scientifica, fallace ma difficilmente confutabile: egli però andò oltre lo scientifico.
Nella rappresentazione di quest'idea di unità mediante l'ipotesi dell'acqua, piuttosto che superato, Talete ha oltrepassato a dir poco d'un balzo il basso stadio delle cognizioni fisiche del tempo. Le manchevoli e disordinate osservazioni di tipo empirico che Talete aveva fatto sull'apparizione e sulle trasformazioni dell'acqua, o più esattamente dell'umido, avrebbero consentito ben poco o tanto meno consigliato una siffatta generalizzazione; ciò che condusse a questa fu un articolo di fede metafisico che ha la sua origine in una intuizione mistica e che incontriamo in tutte le filosofie insieme con i sempre rinnovati tentativi di esprimerlo meglio - la proposizione "tutto è uno" [...].
Talete diceva: "Non l'uomo, bensì l'acqua è la realtà delle cose". Egli comincia a credere nella natura, nella misura almeno in cui crede nell'acqua. Come matematico e astronomo aveva acquisito una certa freddezza nei confronti di tutto quanto sia mitico e allegorico, e se non gli riuscì di disincantarsi fino alla pura astrazione "tutto è uno", restando inchiodato a un'espressione fisica, costituì tuttavia, per i greci del suo tempo, una sorprendente rarità [...] Quando Talete dice "tutto è acqua", con un sussulto l'uomo si solleva cessando il brancicare e il tortuoso strisciare, a mò dei vermi, proprio delle scienze particolari, presagisce la soluzione ultima delle cose e con questo divinamento supera la volgare angustia dei gradi inferiori di conoscenza».